Il contesto

Dopo due anni di pandemia, un’altra crisi getta ombra sull’economia globale. La guerra alle porte d’Europa minaccia equilibri importanti e rende incerte le sorti di molte aziende che, a vario titolo, hanno rapporti economici con la Russia e/o con l’Ucraina. Da febbraio ad oggi Stati Uniti ed Unione Europea hanno risposto all’invasione dell’Ucraina da parte della Russia con una serie di sanzioni verso la Russia che avrebbero dovuto avere l’effetto di piegare economia e politica del Paese facendo desistere Putin dalle sue mire espansionistiche. In realtà, come ben si può immaginare, il processo di globalizzazione in atto da decenni produce un effetto domino su tutti coloro che appartengono al sistema economico da essa creato e, in un modo o nell’altro, le conseguenze delle decisioni sanzionatorie si ripercuotono anche sugli stessi Paesi che le hanno prese e attuate.

Un po’ di numeri

Da Confindustria a Netcomm (Consorzio del Commercio Italiano del digitale), molte realtà italiane si stanno preoccupando di analizzare il delicato periodo che stanno vivendo le imprese e l’economia del nostro Paese: i rapporti commerciali tra Italia e Russia, infatti, interessano un giro d’affari di circa 20 miliardi di euro. Le aziende italiane in territorio russo si distribuiscono in vari settori quali energetico, chimico, agroalimentare, acciaio, aeronautica, trasporti, alta tecnologia, assicurazioni e banche. L’export italiano verso la Russia determina entrate pari a 7 miliardi di euro circa, l’import dalla Russia invece, interessa beni per circa 12,6 miliardi di euro. Da un rapporto di Confindustria emerge che il mercato russo rappresenta circa l’1,5% dell’export italiano interessando quasi 11 mila imprese, mentre l’import è pari al 3%, valori in diminuzione se si pensa ai rispettivi 2,7% e 5,2% antecedenti al 2014, quando furono applicate le prime sanzioni.

Che cosa sta succedendo

Sono proprio le sanzioni a inceppare un meccanismo delicato che vede aziende di ogni settore rallentare produzione e processi a causa di mancate forniture dovute alla rottura di catene di approvvigionamenti, determinata a sua volta da rincari del carburante e blocchi navali: pensiamo alla Divella o alla Molisana, interessate l’una dalla perdita di un carico di 30mila quintali di grano tenero e l’altra dalla chiusura dei propri impianti a causa del mancato arrivo della merce. Russia e Ucraina sono infatti i maggiori fornitori al mondo di grano e mais.  Dall’agroalimentare, alla moda, all’arredamento, la bufera economica dovuta alle tensioni internazionali penalizza il made in Italy in maniera importante. La Russia è, inoltre, il secondo Paese al mondo per shopping in Italia, interessando circa il 13% degli acquisti sul totale nazionale.

Il Presidente di Netcomm, Roberto Liscia, ci dice che la perdita che l’Italia ha subito a seguito della chiusura del mercato russo nel settore delle vendite online si stima tra i 700 e gli 800 milioni di euro di fatturato, cioè circa il 6% del valore totale dell’export digitale italiano. Il mercato italiano dell’online è da considerarsi una diretta conseguenza del turismo in Italia perché succede, o succedeva spessissimo, che i russi, innamorati dello stile italiano e della moda made in Italy, continuassero, una volta a casa, ad acquistare sul web prodotti italiani apprezzati sul posto. La battuta d’arreso dell’e-commerce italiano sul fronte russo riguarderà, infatti, soprattutto la moda, un settore che equivale a circa il 53% dell’export online di beni di consumo, con un valore di circa 7 miliardi di euro. Di fronte a queste cifre e alla concreta eventualità che le perdite economiche dovute a questa situazione non si riusciranno a recuperare prima di due anni, Liscia invita le imprese e il mercato italiano a cercare spazi alternativi verso cui indirizzare i propri prodotti: dall’Indonesia alla Turchia all’Arabia Saudita e all’Iran, fino all’emergente Africa, le opportunità per l’economia italiana saranno interessanti.

Che cosa fare

Questo particolare momento di crisi pone le aziende di fronte alla necessità di capire quale sia il percorso più adeguato a garantire la business continuity e la gestione del rischio.

Si possono in questo senso rintracciare alcune best practice utili a qualsiasi realtà produttiva. Una serie di regole e accorgimenti il cui utilizzo aumenta le probabilità di affrontare e superare meglio la tempesta:

  • Mappare i rischi: gli inconvenienti e i momenti critici in periodi delicati, di qualsiasi natura essi siano (interruzione catena di approvvigionamento, rincari inaffrontabili o comportamenti scorretti di interlocutori e dipendenti), sono sempre dietro l’angolo. Per cercare di fronteggiarli al meglio bisogna esserne consapevoli e stabilire norme e consuetudini verso il contesto in cui si opera (dalle aziende partner alle istituzioni ai dipendenti stessi) che tutelino l’attività mettendo al riparo la sua reputazione.
  • Curare la comunicazione interna ed esterna: la comunicazione tra dipendenti, manager, colleghi in momenti incerti è un valido strumento, se gestito adeguatamente, per ritrovare serenità e concentrazione. Trasparenza, chiarezza e apertura garantiscono la sopravvivenza della organizzazione e assicurano stabilità emotiva e psicologica alle persone che la compongono. Allo stesso modo, la cura e l’attenzione verso la comunicazione con fornitori, altre aziende e istituzioni può aiutare a mantenere l’immagine e il ruolo dell’azienda affidabili e stabili. Comunicazione interna ed esterna vanno poi gestite attraverso l’adozione di policy aziendali che prestino particolare attenzione alle informazioni utili e veritiere e che sappiano riconoscere quelle invece frutto di propaganda e disinformazione.
  • Cybersecurity: il tema della sicurezza delle informazioni e della trattazione dei dati aziendali è sempre più attuale. Indispensabile sottolineare ancora una volta, la necessità per ogni azienda, di dedicare budget e politiche alla cybersecurity che, in un mondo sempre più connesso e digitalizzato, senza adeguate misure, espone pericolosamente l’azienda ad attacchi informatici o perdita di dati importanti. Controllare gli accessi alle informazioni e effettuare periodici back up, sono solo due esempi che conducono nella direzione giusta.
  • Esercitazioni: attuare un piano emergenza al quale preparare dipendenti e organizzazione in caso di crisi è una misura preventiva di grande efficacia. La consapevolezza che matura il personale preparato alle eventualità più critiche può supportare l’azienda nell’affrontare con maggiore fiducia la situazione.

Approntare piani che adottino tali misure può essere complesso: un’attenta analisi dietro competente consulenza può aiutare a identificare il percorso più adatto a ogni singola azienda, rendendo consapevole l’organizzazione dei punti deboli sui quai intervenire e dei punti forti sui quali puntare.

Scritto da Anna Minutillo

Photo by Pixabay

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