L’innovazione digitale paradigma del “New Normal”: dal panorama odierno alle nuove sfide ICT

L’innovazione digitale paradigma del “New Normal”: dal panorama odierno alle nuove sfide ICT

 

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Da anni i processi di digitalizzazione cercano di farsi strada e con curiosità, ma non poca incertezza fino alla pandemia, alcune aziende hanno intrapreso il cammino verso di essi. Gli eventi pandemici dirompenti hanno poi fatto cedere anche gli ultimi argini di perplessità verso il cambiamento: ciò che risulta chiaro dopo mesi di interrogativi e adattamenti è che non si può più attendere il momento giusto per il grande passo verso l’innovazione digitale. Questo cammino è talmente importante, finanche urgente, che anche in questo caso si può parlare di “New Normal”. Abbiamo già affrontato che cosa voglia dire “New Normal” dal punto di vista delle risorse umane (New Normal: dalle Risorse Umane al People Management) e ora cerchiamo di capire che cosa voglia dire dal punto di vista degli strumenti e dei processi produttivi.

Un’azienda che oggi non solo vuole essere competitiva, ma anche e semplicemente sopravvivere, non può prescindere dall’investire in ICT, che ha dimostrato essere la carta vincente per affrontare la criticità.

L’innovazione digitale è talmente importante che anche a livello istituzionale si procede allo stanziamento di fondi che possano incentivare le aziende in questa direzione.

Il Professore del Politecnico di Milano e Presidente di Digital360, Andrea Rangone, bene spiega come proprio a livello istituzionale si debba intervenire per migliorare le misure atte a favorire la trasformazione, intervenendo in particolare modo sul Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza attraverso il Recovery Fund.

In sintesi egli individua tre elementi sui quali agire per fare in modo di sfruttare al massimo le opportunità che la pandemia ha posto in essere:

  • Imprese PMI: le PMI devono recuperare il ritardo in termini di digitalizzazione che spesso riguarda non tanto la capacità di adottare le nuove soluzioni presenti sul mercato, ma purtroppo addirittura l’incapacità di utilizzare appieno le tecnologie già da tempo affermatesi e che in altre parti d’Europa sono già ampiamente sfruttate: molte aziende, occorre ricordarlo, non hanno un cloud, un CRM o un sistema efficace di analisi dei dati, ormai indispensabili per poi passare a tecnologie più avanzate. L’ostacolo principale all’iniezione di innovazione e ICT nelle imprese risulta essere la cultura degli imprenditori che fa ancora fatica a comprendere quanto esse siano una strategia e non una “commodity”. Quando si parla di carattere dirompente del Covid, si intende l’effetto shock che esso ha provocato proprio a questo tipo di cultura, all’interno della quale, da un anno ormai, si è fatta strada l’idea della necessità di puntare sulle nuove tecnologie e di trasformare le organizzazioni lungo questa direttrice. Come aiutare le PMI a concretizzare questa nuova predisposizione? Attraverso il Recovery Fund, che si va ad aggiungere al Piano di Transizione 4.0, già si offre un adeguato supporto economico alle PMI che vogliono investire in ICT. Ciò che alle PMI manca realmente sono le competenze, problema a cui si potrebbe ovviare con sgravi fiscali e previdenziali mirati a nuove assunzioni. In questo modo le PMI potrebbero permettersi professionisti come CTO (Chief Technology Officier), CDO (Chief Digital Officer) e CIO (Chief Innovation Officier).
  • Startup Innovative: il Fondo Nazionale di Innovazione è importante per lo sviluppo delle startup e sta già dando i suoi frutti, ma rimane indispensabile conservare il carattere privato di queste realtà per le quali il Fondo deve rimanere un fertilizzatore al fine di permettere la creazione di un ecosistema di collaborazioni tra imprese e startup che risulta essere vitale per entrambe.
  • Ricerca di base e ricerca applicata: nelle università si fatica ancora a dare concretezza ai risultati della ricerca e i criteri che agevolano e stimolano la carriera accademica non valorizzano abbastanza la capacità di trasferimento tecnologico e di lanciare spin-off universitari: caratteristica purtroppo comune anche tra altri Paesi. La soluzione potrebbe essere la creazione all’interno delle università di sportelli tecnologici che agevolino docenti e studenti nel processo di trasformazione digitale. Questo per quanto riguarda la ricerca applicata. Per quanto riguarda la ricerca di base, un intervento interessante potrebbe essere direzionare meglio le risorse verso i centri ricerca italiani più affermati per rafforzare il sistema esistente al fine di creare una solida rete per tutto il Paese.

Nel piano di Transizione 4.0 (Dalla fabbrica 4.0 al Piano di Transizione 4.0) già ci sono le linee corrette per procedere, ma occorre allargarle, potenziarle e direzionarle meglio, come nel caso delle start up, al fine di stimolare la crescita dell’ecosistema di collaborazioni che caratterizza il “New Normal” suggerito/imposto dalla pandemia.

Da una serie di studi e ricerche degli osservatori del Politecnico di Milano e in particolare dell’Osservatorio Digital Innovation, emerge proprio come si sia delineato in questo ultimo anno il profilo dell’ecosistema a cui accennava Andrea Rangone e come esso abbia bene risposto e contribuito al superamento di nuovi ostacoli e sfide causate dalla crisi. Gli studi sono stati condotti attraverso il coinvolgimento di grandi, piccole e medie aziende e start up che hanno riportato le loro esperienze dopo i mesi di duro lockdown: la ricerca è stata condotta infatti nell’ottobre 2020, quando si cercava timidamente di ripartire, e aveva come obiettivo quello di leggere e capire l’impatto della pandemia sul mondo delle imprese.

Le grandi aziende che hanno partecipato e risposto sono state circa 150 e per esse in linea di massima la crisi ha rappresentato più uno stimolo che un ostacolo verso l’innovazione digitale. Stimolo che si è concretizzato nella maggiore consapevolezza dei manager circa l’utilità dell’innovazione digitale, in un approccio più aperto e orientato verso nuovi progetti in questo senso, nella aumentata collaborazione tra settori e funzioni dell’azienda, nella collaborazione con le startup che in questo ultimo periodo si può dire abbiano fatto davvero la differenza: più di 250 startup hi-tech sono intervenute in soccorso alle aziende per fronteggiare gli effetti della crisi. Tuttavia è emerso che ci sono state anche delle criticità:

  • La scarsa integrazione con la strategia aziendale: bisogna integrare l’innovazione digitale all’interno dell’impresa per far sì che costituisca un concreto vantaggio per l’organizzazione. A tal fine è fondamentale l’intervento dei vertici aziendali in questa direzione con la ferma volontà di creare i presupposti e gli investimenti giusti per non lasciare progetti di innovazione isolati all’interno di un settore o inscritti in limitati archi temporali, ma fare in modo che essi diventino sistemici e caratterizzino tutta la struttura.
  • Ingaggio della popolazione aziendale: per incentivare la partecipazione del personale si deve cercare di diffondere l’innovazione in modo trasversale seppur partendo da un settore o un reparto che faccia da volano e sostegno in questo cammino. Importante diventa quindi la formazione del personale affinché possa direttamente proporre e sviluppare a sua volta progetti di innovazione.
  • Integrazione e coordinamento con il business: l’innovazione non può prescindere dal dialogo con il business e quest’ultimo deve esplicitare i propri bisogni e fare da linea guida alle persone che devono sviluppare innovazione.

Per accelerare i processi di innovazione è fondamentale la Open Innovation e la pandemia ha ampiamente dimostrato la validità della collaborazione tra attori non tradizionali, che si traduce con l’aprirsi a realtà esterne alle aziende che possano offrire progetti e percorsi nuovi per attuare scelte innovative. In una previsione sui prossimi tre anni su chi guiderà questo cammino, permangono ai primi posti attori tradizionali come i manager e le diverse componenti aziendali, ma risultano in aumento le collaborazioni e l’attenzione con e verso altre realtà quali università, centri di ricerca e startup. Al momento risulta che tra le grandi aziende ormai un 78% ha adottato modelli di Open Innovation, tra le PMI si parla del 53%. In queste percentuali è inclusa anche la collaborazione con le startup, più cospicua per le grandi imprese, un po’ meno per le PMI, anche se l’apertura verso di esse è un dato di fatto ormai consolidato.

Durante la pandemia le startup hanno, infatti, contribuito in maniera preponderante e sorprendente anche in forma gratuita al supporto di realtà che senza la tecnologia non avrebbero potuto andare avanti, a dimostrazione del fatto che, soprattutto le startup hi-tech si pongono in evidenza come attori preparati e performanti facendo fronte a nuovi bisogni e difficoltà.

Da questo i ricercatori dell’Osservatorio Digital Innovation del Politecnico di Milano, hanno coniato l’espressione “effetto startup” che si sviluppa su tre fronti principali:

  • Velocità e flessibilità nella sperimentazione che consente adattamenti istantanei e risposte immediate alle nuove sfide.
  • Multidisciplinarietà, laddove si comprende che ormai le collaborazioni tra competenze e profili diversificati è necessaria, e, non essendo esse sempre presenti in un’unica organizzazione, ci si deve aprire ad altre realtà.
  • Va da sé la costruzione di un ecosistema, terzo punto fondamentale del nuovo assetto, all’interno del quale costruire la rete di relazioni utili a realizzare innovazione.

A conferma dell’importanza che il digitale ha assunto in questo periodo c’è il sondaggio che gli osservatori (Digital Innovation e StartUp Intelligence) hanno sottoposto al loro campione di grandi aziende (150 circa) e PMI (500 circa) sugli investimenti in ICT per il 2021, dal quale emerge che essi sono aumentati dello 0,89%. Una percentuale che vede però sempre le grandi aziende in prima posizione, seguite dalle PMI che risultano essere ancora un po’ in difficoltà, mentre le piccole hanno addirittura dichiarato la diminuzione del budget verso l’ICT.

La differenza tra le diverse realtà è dovuta soprattutto al ritardo che le piccole imprese hanno accumulato negli anni riguardo ai processi di innovazione, uniti anche alla scarsa presenza di competenze al loro interno in questo settore., come affermato anche da Andrea Rangone.

Le destinazioni dei budget aziendali verso l’innovazione si distribuiscono e concentrano su: Information security, Big Data, Sistemi di smart working, E-commerce e Cloud.

L’innovazione digitale si pone come indispensabile strumento di riposizionamento delle aziende, quando non di vera e propria sopravvivenza nell’era del “New Normal” anche perché le scelte che si è chiamati a fare risultano importanti e impegnative.

Chiaramente le strade sono tante e non vi è un’unica soluzione per tutte le aziende, che, come visto, appaiono enormemente diversificate tra loro per diversi motivi e percorsi.

In linea di massima, però, si sono evidenziati alcuni cambiamenti che risultano davvero significativi:

il Reshoring (https://www.mmsadvice.com/reshoring/) si è imposto come scelta importante per quelle aziende che hanno sofferto nell’ultimo anno, a causa degli scarsi spostamenti, di mancanza di forniture. La ridefinizione della supply chain ha privilegiato la diminuzione delle distanze e la produzione locale con il risultato di portare in auge il Made in Italy e stimolare nuova occupazione. Dinamiche favorite anche dalle misure contenute nel Piano Industria 4.0 prima e Transizione 4.0 dopo. La innovazione digitale in questi settori si potrebbe individuare nell’introduzione dell’automazione intelligente (RPA= Robotic Process Automation) che permetterebbe una gestione dell’enorme quantità di dati legati al Procurement, altamente e ottimamente controllata.

Di Robotic Process Automation si potrebbe parlare anche in ambito HR nei processi di onboarding o payroll, ad esempio o nei processi di pagamenti, modifiche ordini e/o reclami all’interno del Customer Service, nonché in operazioni di back office dove spesso i compiti sono ripetitivi. Secondo le previsioni Gartner, l’RPA aumenterà nel 2021 del 19,5%.

L’innovazione tecnologica e la digitalizzazione, inoltre, hanno consentito di rispondere adeguatamente alla necessità di lavorare da remoto, dando vita a una nuova modalità organizzativa che, come sottolineato più volte, sta cambiando la configurazione del luogo e dello svolgimento del lavoro in versione smart, e non solo per attività “d’ufficio”, ma anche per attività di monitoraggio delle macchine attraverso sensori (Remote Monitoring) o di attività di operatori di fabbrica (Remote Operator), mentre le varie Erp solutions e i Manufacturing Execution Systems permettono di controllare con soluzioni informatiche tutto il processo produttivo.

Date le premesse, favorita la ricerca, incentivati gli investimenti e formato il personale, le aziende italiane potrebbero davvero cavalcare l’onda del cambiamento che catapulterebbe il Paese verso il futuro: la chiave sono i tempi di reazione e le strategie giuste, realizzabili se guidati da consapevolezza e adeguata consulenza.

Scritto da Anna Minutillo

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